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In cammino 2016–2023 — Testo curatoriale

a cura di Alessandra Azzolini

Quante fotografie scattiamo in un giorno con il nostro smartphone? Quante durante un viaggio? E quante immagini abbiamo accumulato nella memoria oppure in cloud negli ultimi anni?

A volte capita che ci si senta sopraffatti di fronte alla moltitudine dei propri appunti fotografici, pur avvertendo l’urgenza di metterli in ordine. Anche uno scrittore, abilissimo con le parole, può avere la sensazione che le immagini possano costituire un valore di un qualche tipo per il suo lavoro. L’autonarrazione del sè passa attraverso molti linguaggi, dalla scrittura, alla fotografia (scrittura con la luce): sono tutti modi, in fondo, per sfuggire all’oblio e in qualche modo sono da ciò accomunati.

Emanuele Anceschi mi ha raccontato che, inizialmente, durante i suoi viaggi, percepiva la fotografia come una sorta di interruzione del fluire della vita, pensando che il click distogliesse dalla pienezza dell’attimo (per il fotografo è proprio il contrario). Più tardi, ha iniziato a pensare la fotografia come una potenzialità, un mezzo per comunicare con più empatia con gli altri, magari con chi in viaggio non c’è mai stato, come un intensificatore di immaginazione, oppure con chi, alla vista dell’immagine è pronto a esclamare: “Ci sono stato anch’io!”. Se nel primo caso la sua scrittura si ispirava al flusso di coscienza, nel secondo caso il modello elettivo d’ispirazione è quello dialogico.

Oggi il travel snapshoot si può considerare una sorta di genere fotografico, un diario di viaggio per immagini che utilizza l’ambiente digitale come il luogo privilegiato di pubblicazione. Ne prova l’interesse per il tema la moltitudine di travel blogger di cui è disseminata la rete, con tutti i filtri del caso.

Se l’intento di Anceschi è primariamente narrativo e non di spettacolarizzazione dei luoghi e delle esperienze, l’obiettivo è quello intellettuale di diffondere una cultura del viaggio come occasione di crescita personale e di sensibilità sociale, in senso più ampio e condiviso, che per l’autore passa attraverso il ribaltamento delle certezze pre-costituite e dei luoghi comuni, al di fuori delle proprie zone di comfort, sia fisiche, che psicologiche.

La selezione delle immagini, a partire da un corpus di alcune migliaia di file, è da considerarsi un processo significativo, che fa emergere la ricchezza dell’esperienza vissuta e la possibilità di raccontarla. Se, da un lato, questo è stato il criterio utilizzato, dall’altro la scelta è stata dettata anche da criteri tecnici e dalle caratteristiche compositive delle immagini, che con un’accurata post-produzione ha consentito alle fotografie di essere presentate in questa esposizione.

La prevalenza di stampe in bianco e nero e il supporto in Topsec (carta baryta Permajet sotto acrilico 3 mm), così come il formato 15×30 cm, hanno permesso di magnificare gli scatti, in particolare, quelli di montagna, tanto cari all’autore.