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film|camera|fashion — Genealogia della mostra

Nel dibattito sul design, si parla da anni del tema dell’accorpamento delle funzioni, della miniaturizzazione e, via via, della scomparsa di alcuni oggetti, a favore di altri. È il caso, ad esempio, della macchina fotografica nell’era degli smartphone.
Questo fenomeno, se non risparmia le macchine digitali, figuriamoci quali possano essere le sorti presagite per quelle analogiche.
È raro incontrare nel paesaggio quotidiano persone con la macchina fotografica al collo, tra le mani, intente a guardare nel mirino prima dello scatto. Per non parlare di quanto sia sempre più complicato reperire le pellicole.
Tuttavia, qualcosa di inaspettato sta accadendo: una nuova dignità è oggi riconosciuta a questi oggetti del tutto speciali che sono le macchine fotografiche, in particolare quelle di prima generazione. Sono oggetti cari, caldi, che spesso nelle nostre vite si ancorano a dei ricordi: un regalo di compleanno del padre, una passione trasmessa da uno zio, la prima macchina fotografica acquistata per fotografare i figli, eccetera. Questi oggetti sono intrisi di storia e di storie.

Oggi non siamo più disposti a lasciarli come oggetti dimenticati, inutilizzati nei cassetti, o impolverati chissà dove. È chiaro il loro valore, forse più oggi di allora, come accade quando, grazie al filtro del tempo, ci sembra di comprendere meglio alcuni fenomeni. Infatti qualcuno ha ricominciato ad acquistarle, chi a collezionarle, chi ad utilizzarle e i prezzi degli apparecchi e delle pellicole hanno cominciato a salire, fino a tornare ad essere oggetti del desiderio di qualcuno.
Se ci pensiamo, è una storia non molto dissimile a quella che è capitata all’abbigliamento con il fenomeno del vintage, ma senza nostalgia. Anzi, perché a scegliere questi oggetti come compagni di viaggio, di esperienze intime, di ricerche creative spesso sono le generazioni che quegli anni non li hanno vissuti. Ecco perché queste macchine fotografiche in qualche modo sono “nuove”, e scintillano come le star che alcune volte hanno immortalato e che altre volte le hanno tenute tra le loro mani.

Interrogare una collezione di macchine fotografiche analogiche come questa è l’unico modo per vederle veramente per quello che sono e mostrarle agli altri; forse non è neppure sufficiente il solo utilizzarle per toglierle davvero dall’oblio, per conoscerle e ri-conoscerle, una per una per le rispettive caratteristiche tecniche, estetiche e di stile.
Non capita di rado, ultimamente, di vederle comparire all’interno delle immagini dei redazionali di moda in fatto di ultimi trend, in mano a modelli e modelle, sulle più influenti riviste di moda, fotografate dai grandi fotografi di moda contemporanei, oppure scorrere su Instagram nelle pagine delle Infuencer: da una parte la borsa, dall’altra la macchina fotografica analogica, che entra in campo come un oggetto di lusso, avvalorando anche il resto della scena senza offuscarlo.

La storia della fotografia è ricca di autoritratti celebri con macchina fotografica, in cui il fotografo o la fotografa si ritrae con il proprio strumento di lavoro come un oggetto identitario, che rappresenta qualcosa in più, ad esempio, del pennello per il pittore o dello strumento musicale per il musicista, perché getta un ponte con l’osservatore attraverso l’obiettivo, quasi un invito a collaborare alla costruzione dell’immagine. In alcuni casi, il volto è coperto dalla macchina fotografica, in altri la macchina fotografica lo lascia libero nell’atto di guardare nel pozzetto, in altri ancora l’immagine viene colta nel riflesso di uno specchio, di una vetrina. Esiste un vero e proprio genere, Vivian Maier con la sua Rolleiflex e la Leica IIIc è stata maestra, ma è solo la punta dell’iceberg.

Gli apparecchi fotografici, macchine, cavalletti, flash compaiono sui set negli studi dei grandi fotografi di moda, condividono un ambiente, una modalità di esistenza con le icone del tempo: attrici, dive, muse che sono diventate quelle che sono proprio grazie anche al diffondersi delle loro immagini attraverso la fotografia, la tv e il cinema.

Negli still life in mezzo ad altre cose non è insolito trovarle: enfatizzano esperienze che possono essere di vario tipo, costituiscono un elemento compositivo che attira lo sguardo sulla scena, ad esempio in un backstage. C’è un certo feticismo che si esercita su questi oggetti.
Ma se il soggetto fossero le macchine analogiche in se stesse, che cosa accadrebbe? Loro, proprio loro, uscendo dalle logiche commerciali delle macchine fotografiche in uso e dei fondali piatti in cui vengono fotografate per essere vendute, in quali abiti si sentirebbero meglio, in quali atmosfere vorrebbero vivere, quale spirito del tempo si sentirebbero di condividere? Una sorta di antropomorfizzazione dell’oggetto forse è inevitabile, per compiere al contempo su di noi un’esperienza trasformativa del nostro modo di relazionarci alle cose, rafforzando la relazione stessa.
Personalmente posso dire che dopo questo lavoro, che associa a ogni macchina fotografica un pattern grafico ispirato al textile design utilizzato nell’arredo, negli abiti o nelle copertine dei dischi, ho accresciuto il mio senso di famigliarità con queste cose, a cui ho rivolto la mia attenzione, con l’intenzionalità forte di esaltarne le qualità che vanno loro debitamente e, di volta in volta, attribuite.

Ho fatto riferimento, qualvolta ho potuto, al lavoro di figure femminili più o meno note, artiste e textile designer, come l’ucraina naturalizzata francese Sonia Delaunay (1885-1979), le inglesi Jacqueline Groag (1903-1986), Lucienne Day (1917-2010), Mary White (1930-2020), Bridget Riley (1931-), Barbara Brown (1932-) e altre donne celebri entrate nell’immaginario contemporaneo per il loro stile inconfondibile, come Marilyn Monroe, Brigitte Bardot, Twiggy, Mary Quant, Peggy Moffitt e Debbie Harry.
Progettiste a tuttotondo, spesso passate in secondo piano rispetto ai colleghi uomini, meritano uno studio attento, soprattutto per quello che concerne il gusto dell’epoca, che spesso hanno anticipato.

La scelta delle macchine fotografiche si è orientata a criteri di selezione estetici e funzionali, individuando per ogni epoca gli apparecchi più identificativi. La collezione stessa da cui provengono, del resto, negli anni si è andata via via formando proprio privilegiando l’aspetto di innovazione del design. Si possono riconoscere vere e proprie “star”, come le tedesche Leica IIIf, la Rollei 35, la Minox 35, la svedese Hasselblad 500 C/M, l’italiana Bencini Minicomet e altri capolavori dell’industria, che per ragioni legate alla forma, al colore e alla texture, sono ai nostri occhi sorprendenti a tal punto da affezionarci, non tanto per il valore materiale del singolo, ma come parte dell’insieme.
La fotografia condivide con il design dei tessuti una sorta di comunanza nel loro essere state a lungo considerate “arti minori”, prima di essere accettate a pieno titolo nel novero delle arti.

A dispetto di ciò, tanto le macchine fotografiche, quanto i pattern grafici si sono mostrati in molti casi intramontabili, immodificati per decenni e imitati. La prova è la loro natura profondamente culturale.
La suddivisione per decadi scelta per l’esposizione film|camera|fashion ha aiutato a raccontare una storia che, altrimenti, sarebbe rimasta inaccessibile ai più: ancora una volta, la fotografia rivendica questo suo potere quasi magico di far ri-vivere gli oggetti che ritrae in un bagliore eterno. Sono le icone del nostro tempo, al pari di altri feticci nel mondo delle merci più generosamente considerati, forse perché il destino delle macchine fotografiche è sempre stato loro discapito quello di “sparire” dietro le immagini.
Oggi riappaiono ai nostri occhi, e sono bellissime.

Alessandra Azzolini, 19 aprile 2023