Liana Pellacini • BONDS
non lasciare sola la mamma
Fotografia Europea OFF 26 - Via San Carlo 9, Reggio Emilia

di Alessandra Azzolini, curatrice

Non c’è una ricetta per i legami famigliari. Il titolo dell’opera di Liana Pellacini Dolce amore, 2026 è un indicatore della misura di quanto il lavoro dell’artista sappia modificare con delicatezza l’autonarrazione della propria vita, nonchè la visione di un intero mondo, grazie al linguaggio della fotografia e della scrittura. L’immagine di apertura della mostra “BONDS. Non lasciare sola la mamma” si combina di una foto d’epoca che ritrae i tre soggetti femminili e una pagina di un ricettario di famiglia: due oggetti quotidiani del tutto particolari che insieme ci conducono subito in un altrove.

L’azione di risemantizzazione che compie Liana Pellacini è un processo che prevede la riscoperta degli archivi famigliari e che la guida nell’ibridazione tra le fotografie e i fogli di carta, i tessuti ricamati, gli utensili da cucina e altri oggetti della casa natale, tracce della mano umana e del sovrapporsi dei gesti delle donne, generazione dopo generazione. Quegli stessi movimenti ripetitivi di quando, ad esempio, i tuorli si uniscono allo zucchero con la frusta, fino a ottenere una crema giallo pallido, liscia e spumosa, che a volte macchia anche le pagine…

Quel piccolo e grande tesoro racchiuso negli album fotografici, tra le pagine ondulate dal tempo, le superfici adesive che non aderiscono più e quella foto mancante che per qualche motivo lascia uno spazio vuoto diventano per lei gli ingredienti con i quali raccontare una nuova storia e realizzare oggi un ritratto di se stessa ancor più fedele, non più quello della bambina accudente, iperresponsabilizzata, che tiene compagnia alla mamma, bensì quello dell’artista libera, nella sua maturità, e del non ancora che ha da venire.

La metafora culinaria diventa il fil rouge, quello stesso laccio che nei rapporti che si vivono tra le mura domestiche a volte si fa lento, a volte si fa stretto, e a cui allude il titolo dell’installazione fotografica d’artista. Molti sono gli esempi di questa forma d’arte declinata al femminile nell’arte contemporanea, che lasciano in qualche modo intendere il ruolo affidato alle donne di depositarie della memoria (Jo Spence, “Beyond the Family Album”; Moira Ricci “20.12.53 - 10.08.04”; Chino Otsuka, “Imagine Finding Me”; Silvia Rosi, “Disintegrata”), con lo stesso criterio per cui si occupavano di ordinare anche molte altre cose in casa. Le immagini, non più o non solo documenti, ma oggetti poetici, generano empatia tra i soggetti che osservano e i soggetti osservati, e fanno rivivere le esperienze della nascita, delle feste di compleanno, del primo viaggio in auto, della vacanza al mare con i nonni, nella provincia del nord Italia negli anni 70.

La fotografia analogica, con le sue caratteristiche, e la mancata promessa delle stampe a colori che, invece di riprodurre fedelmente la realtà come un tempo avevamo sognato, appaiono sbiadite, evanescenti, con una forte dominanza rossa, introducono un’atmosfera emotiva del tutto identificativa di quell’epoca. Al corpus di immagini ibridate a cui attinge l’artista, dove la vera protagonista diventa la calligrafia, la “bella scrittura”, così definita e così umana, di cui oggi non siamo più capaci, si aggiunge una serie di nature morte a colori (il riferimento è certamente Luigi Ghirri nell’atelier di Giorgio Morandi e gli still life di Paul Outerbridge) scattate con una Rolleiflex a oggetti che oggi chiamiamo di cultura materiale, che popolano le case, pur avendo perso il loro utilizzo, fantasmi del quotidiano essi stessi, capaci al contempo sia di sottolineare un’assenza, sia di evidenziare una presenza. Compare anche un ritratto della madre dell’artista, scattato da lei quando era adolescente, che evade dal concetto della triade che accompagna l’intera serie delle immagini in allestimento, e sembra catturane il nocciolo dell’identità.

Il lavoro evidenzia ai nostri occhi che il binomio tra il linguaggio della scrittura e quello della fotografia costituisce un’interazione che non è solo visiva, ma etimologica e il loro accostamento aggiunge livelli di significato eccedenti all’immagine stessa, introducendo una dimensione psicoterapeutica, quasi filosofica.